Konstandinos Kavafis

 

Candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese -
dorate calde e vivide.

Restano in dietro i giorni del passato, penosa riga di cansele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde disfatte e storte.
Non le voglio vedere: m'accora il loro aspetto,
la memoria mi accora del loro antico lume.
e guardo avanti le candele accese.

Non mi volgio voltare, ch'io non scorgga, in un brivido,
come s'allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono prestp le mie candele spente.


Che fece... il gran rifiuto

Arriva per taluni un giorno, un ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora No,
se richiesto direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.


Monotonia

Segue a un giorno monotono un nuovo
giorno, monotono, immutabile.
Accadranno le stesse cose, accadranno di nuovo.
Tutti i momenti uguali vengono, se ne vanno.
Un mese passa e un altro mese accompagna.
Ciò che viene si immagina senza calcoli strani:
è l'ieri, con la nota noia stagna.
E il domani non sembra più domani.


Mura

Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m'han fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura

sorte. Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano come fui così assente!

Non ho mai sentito né voci né rumori.
M'hanno escluso dal mondo inavvertitamente.


Aspettando i barbari

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?
Oggi arrivano i barbari.
Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono a non far leggi?
Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devono fare i senatori?
Quando arriveranno le faranno i barbari.
Perché l'imperatore s'è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?
Oggi arrivano i barbari.
L'imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l'offerta di una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.
Perché i nostri due consoli e pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire preziose mazze
coi bei ceselli tutti d'oro e d'argento?
Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.
Perché valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?
Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.
Perché d'un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si sono fatti seri!)
Perché rapidamente e strade e piazze
si svuotano, e ritornano tuttti a casa perplessi?
S'è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.


Lontano

Dire vorrei questo ricordo... Ma
s'è così spento... quasi nulla resta:
lontano, ai primi anni d'adolescenza, posa.

Pelle di gelsomino...
E la sera d'agosto (agosto fu?)...
Ormai ricordo appena gli occhi: azzurri, forse...
Oh, azzurri, sì! come zaffiro azzurri.


La città

Hai detto: "Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina".

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c'è nave non c'è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l'hai sciupata su tutta la terra.

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Poiché tu non troverai nuovi paesi,
tu non troverai nuove rive,
la tua città ti seguirà per sempre,
e nessun battello ti condurrà mai lontano da te.